A lezione di fiducia sugli scogli di Cala Liberotto

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Riflessioni sull’educazione dei bambini di un genitore-coach, Massimo Fancellu

È un bel pomeriggio d’agosto e sono al mare con Valentina (mia figlia, 6 anni).
Ormai, ha deciso: andremo ad esplorare le rocce intorno alla spiaggia, quelle per lei più impegnative, che non si sente di esplorare da sola (e nemmeno io di mandarla).
Mentre la accompagno, dentro di me sono combattuto: aiutarla con spirito protettivo o lasciarla andare libera come il vento, e correre qualche rischio in più? 

La seconda soluzione mi sembra la migliore… ma che fatica!!!
In alcuni momenti non ce la faccio: la prendo per mano.
E, in realtà, mi rendo conto che non è tanto per proteggerla, quanto per placare il mio bisogno di sicurezza. È una delle prime volte che la porto sulle rocce, e alcune di queste mi sembrano davvero molto alte e lei molto imprudente.

Eppure, mi ricordo di quando era più piccolina; se stavo vicino a lei si lanciava in modo imprudente con tutto e su tutto ma se mi allontanavo era molto più guardinga… “Sa come cavarsela anche nelle situazioni difficili”, ripeto tra me e me, quasi come un mantra.

Alla fine, opto per “la terza via”: mentre camminiamo la lascio andare da sola nei punti più facili, le impartisco istruzioni in quelli di media difficoltà e la tengo per mano quando lo chiede e nei punti che ritengo più difficili.
Non c’è molto caldo, ma torniamo in spiaggia che sono leggermente sudato…
Mentre ci avviciniamo agli asciugamani, vede delle altre roccette: “Vieni babbo, voglio salire anche su quelle rocce”.

In una frazione di secondo, rivedo i miei ricordi di bambino, quando poco più piccolo, giravo rocce anche più impegnative di quelle, completamente da solo, mentre cercavo di pescare “maccioni” (ghiozzi), bavose ed altri pesciolini.
Lo facevo stando molto attento, grazie a qualche sbucciatura presa qua e là, ma mi sentivo sicuro.

Come mi sarei sentito con i miei sempre presenti? Mi chiedo proprio adesso …

La risposta è spietata, di quella spietatezza che ti fa crescere: avrei capito che avevo bisogno di loro per stare sulle rocce, perché le rocce erano pericolose e che ci voleva un adulto per salirci. Oppure che i miei genitori non si fidavano nelle mie capacità.

A questo punto non ho più dubbi e la mia risposta arriva in un attimo:
“Io sono stanco, se vuoi andare, vai da sola… ti guardo dall’asciugamano”.

Mi guarda, per una frazione di secondo con una venatura dubbiosa nella sua espressione: “Vado o non vado?”; poi, in un attimo è già sulle rocce, con le quali si confronta e sulle quali supera le sue piccole difficoltà (con me che la guardo come si osserva un funambolo sospeso sul filo, in uno strapiombo).
Dopo qualche minuto, Vale torna, ovviamente, sana e salva e con una patella, staccata da sola e senza coltello: “Bottino di guerra!”, esclama.

Quella mezz’ora di lavoro da babbi mi ha messo in difficoltà, ma è anche servita per ricordarmi una lezione importante: è utile essere presenti ma non ci possiamo sostituire alla loro vita.
Vivere al posto loro ci aiuta sicuramente a placare le nostre ansie e, forse, a sentirci “onnipotenti”.
Ma non ci aiuta a fare crescere meglio i nostri figli. Anzi, li porta a sentire che, per farcela, hanno bisogno di qualcuno o, se sono particolarmente svegli, mina il loro senso di libertà personale.

Se fossimo al loro posto (e ci siamo stati), cosa chiederemmo ai nostri genitori?

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